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mercoledì 18 novembre 2020

COSMOBSERVER RECENSISCE “SPACE MINING AND MANUFACTURING” IL TERZO LIBRO DI DAVIDE SIVOLELLA

Il divulgatore scientifico Emmanuele Macaluso recensisce per COSMOBSERVER il terzo lavoro letterario dell’Ing. Davide Sivolella, dedicato all’estrazione di materie prime da altri mondi.


 È online sul sito di divulgazione dedicato all’astronomia e astronautica COSMOBSERVER (www.cosmobserver.com) la recensione del divulgatore scientifico Emmanuele Macaluso dedicata al terzo libro dell’Ing. Davide Sivolella.

 

In “Space Mining and Manufactoring: Off-World Resources and Revolutionary Engineering Techniques”, edito da Springer - Praxis, e disponibile solo in lingua inglese, l’Ing. Sivolella affronta il tema dell’estrazione dei minerali su altri corpi celesti. Un argomento sempre più presente nell’ambiente astronautico.

Il libro non è un esercizio di stile, ma un vero e proprio saggio che mette in evidenza le tecniche che sono già a disposizione degli ingegneri e le possibili evoluzioni per l’adattamento al lavoro spaziale. Un libro ben documentato e ricco di schemi tecnici e prove che supportano le tesi presenti nel testo.

 

Chi è Davide Sivolella:

Davide Sivolella, classe 1981, è un ingegnere aerospaziale laureato al Politecnico di Torino. È uno dei massimi esperti mondiali del Programma Space Shuttle, al quale ha dedicato due saggi: “To Orbit and Back Again – How the Space Shuttle Flew in Space” e “The Space Shuttle Program – Technologies and Accomplishments”, entrambi scritti in inglese e editi da Springer.

Attualmente vive e lavora in Gran Bretagna ed è uno dei responsabili della manutenzione straordinaria dei velivoli della compagnia aerea British Airways.

 

Vi invitiamo a leggere la recensione a questo link http://www.cosmobserver.com/articles/reviews/010%20Davide_Sivolella/space_mining_and_manufacturing_davide_sivolella_cosmobserver.htm e a visitare il mondo di COSMOBSERVER attraverso i canali di seguito elencati:

 

Canali ufficiali COSMOBSERVER

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domenica 3 marzo 2019

PERSONAGGI E PERSONALITA': INTERVISTA A DAVIDE SIVOLELLA

Davide Sivolella, classe 1981, è un ingegnere aerospaziale laureato al Politecnico di Torino. È uno dei massimi esperti mondiali del Programma Space Shuttle, al quale ha dedicato due saggi: “To Orbit and Back Again – How the Space Shuttle Flew in Space” (già recensito da COSMOBSERVER qui) e “The Space Shuttle Program – Technologies and Accomplishments” (in prossima recensione), entrambi scritti in inglese e editi da Springer. Attualmente vive e lavora in Gran Bretagna ed è uno dei responsabili della manutenzione straordinaria dei velivoli della compagnia aerea British Airways.
 
È una bella giornata di sole quella che fa da sfondo all’incontro con Davide Sivolella. Nell’ambito scientifico molto spesso l’esperienza e l’età vanno di pari passo. Davide è sicuramente il più giovane intervistato da COSMOBSERVER, tuttavia rappresenta un’eccellenza assoluta. A detta di alcuni astronauti ai quali abbiamo sottoposto i suoi due saggi sullo Space Shuttle, quelli scritti da Sivolella sono sembrati i più completi, corretti e comprensibili. Quello che colpisce di Davide è l’accento tipico di chi ormai pensa raramente in italiano. Infatti, come purtroppo capita sempre più spesso, ci siamo trovati di fronte all’ennesimo “cervello in fuga” da un’Italia che dopo averlo preparato e formato non lo ha accolto come meritava nel mondo del lavoro. Un peccato, visto il valore che ha successivamente dimostrato. L’intervista inizia in modo informale e rilassato.

D. Davide, raccontaci la tua storia

R. Dopo la laurea in ingegneria aerospaziale, I° e II° livello con il nuovo ordinamento, presso il Politecnico di Torino, ho cercato lavoro nell’ambito delle imprese aerospaziali. In attesa di risposta ho deciso di andare a Londra per migliorare il mio inglese.

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO QUI 

martedì 5 settembre 2017

VOYAGER 1 E 2: 40 ANNI NELLO SPAZIO A SERVIZIO DELLA SCIENZA



(Un'immagine della sonda Voyager - Crediti foto:Nasa) 

Era il 1977 quando il Programma Voyager della Nasa portava le due sonde gemelle sulle rampe di lancio per un viaggio spaziale che dura ancora oggi. La prima ad essere lanciata a bordo di un razzo Titan III fu la sonda Voyager 2. Era infatti il 20 agosto 1977, quando lasciò per l’ultima volta la Terra da Cape Canaveral, con l’obiettivo di avvicinarsi ai pianeti Giove e  Saturno.
Qualche giorno dopo, il 5 settembre 1977, fu la volta di Voyager 1, stivata a bordo di un Titan IIIE, che dalla stessa base della gemella partì verso i due pianeti giganti, attraverso una traiettoria che avrebbe superato quella della Voyager 2.
La missione si rivelò un successo dal punto di vista scientifico e tecnico, con dati e immagini che hanno permesso di conoscere in modo approfondito molti aspetti dei 2 pianeti, delle loro lune e degli anelli.

Le Voyager attorno Giove
La prima ad avvicinarsi a Giove fu la sonda Voyager 1 che nel gennaio 1979 iniziò a fotografarlo. Il passaggio del pianeta avvenne il 5 marzo dello stesso anno. La sonda continuò a scattare fino al mese di aprile. Voyager 2 invece, sorvolò il pianeta gigante il 9 luglio dello stesso anno.

Saturno
Il secondo pianeta ad essere studiato dalle sonde fu Saturno. Il 12 novembre 1980 Voyager 1 passò nel punto più vicino a Saturno ad una distanza di soli 120.000 Km, seguita qualche mese dopo dalla gemella. Era infatti il 26 agosto del 1981 quando la Voyager 2 passò nel punto più vicino al pianeta.
Furono molte le scoperte che le sonde hanno portato all’attenzione della comunità scientifica internazionale, soprattutto in relazione alle lune dei due pianeti. Quello del programma Voyager fu un tale successo che continua ancora oggi. Vista la capacità di funzionamento delle sonde, si decise quindi di far proseguire le corse delle sonde verso il sistema solare esterno.

Sistema solare esterno – Urano, Nettuno e oltre
Dopo il sorvolo di Saturno da parte delle sonde, le strade di Voyager 1 e Voyager 2 si sono divise. Da questo momento la più attiva dal punto di vista esplorativo e scientifico è stata Voyager 2, inviata verso Urano e Nettuno. Il 24 gennaio 1986 ha raggiunto Urano, mentre tre anni e mezzo dopo, il 25 agosto 1989, ha raggiunto Nettuno, fornendo immagini e dati preziosi per la ricerca scientifica. Voyager 1 invece ha iniziato direttamente la sua corsa verso l’esterno del sistema solare in direzione dello spazio interstellare.

Le sonde oggi
Voyager 1 è attualmente l’oggetto costruito dall’uomo più lontano dalla Terra. Il 12 settembre del 2013 la Nasa ha reso pubblica la notizia secondo la quale, il 25 agosto del 2012, la Voyager 1 è entrata ufficialmente nello spazio interstellare, ad una distanza di circa 121 UA dal Sole.
La Voyager 2 è il terzo oggetto costruito dall’uomo più distante dalla Terra, dopo la sonda gemella Voyager 1 e la sonda Pioneer 10. Voyager 2 non supererà mai la 1, ma dovrebbe “sorpassare” Pioneer 10 intorno al 2023.
Le due sonde del programma Voyager sono in fase di rallentamento e secondo i calcoli saranno funzionanti fino al 2025. Ogni sonda è alimentata da una batteria RTG che ne permette l’attuale funzionamento seppur in modo sempre più ridotto. Tuttavia, sarà difficile che il contatto tra le sonde e la Terra duri fino alla fine della vita operativa delle due Voyager. Già l’anno prossimo, nel 2018, dovrebbe smettere di funzionare correttamente il giroscopio che permette l’allineamento dell’antenna verso la Terra.

Curiosità
A bordo delle due sonde è  stato installato il “Voyager Golden Record”, un disco registrato e placcato in oro che contiene “immagini e voci dalla Terra”. Un messaggio inserito nel caso entrasse in possesso di eventuali forme di vita intelligenti. Le istruzioni sono presenti sulla copertina del disco.
Il nome Voyager è diventato in diverse culture sinonimo di scoperta scientifica e divulgazione. In Italia ad esempio, il nome Voyager è stato scelto come titolo di una fortunata serie divulgativa in onda sui canali Rai. Nel resto del mondo sono numerose le imprese scientifiche che si svolgono sotto questo nome.

E mentre scriviamo questo articolo, Voyager 1 e Voyager 2 continuano ad allontanarsi dalla Terra, verso lo spazio interstellare e oltre.

Emmanuele Macaluso

venerdì 7 luglio 2017

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A FRANCO MALERBA



Franco Egidio Malerba, nato a Busalla (Ge), classe 1946, due lauree (ingegneria e fisica), è il primo astronauta italiano della storia. È stato specialista di carico a bordo dello space shuttle Atlantis nella missione STS-46 del 1992. Eurodeputato nella quarta legislatura del Parlamento Europeo nelle file del PPE, è stato insignito dell’onoreficenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1992 gli viene conferita la Medaglia Colombiana della Città di Genova. L’asteroide 9897 porta il suo cognome in suo onore.


(Franco Malerba durante l’intervista – Credit photo Emmanuele Macaluso)

Intervistare un astronauta vuol dire trovarsi di fronte ad un’eccellenza assoluta. Non importa la missione o il mezzo attraverso il quale si va nello spazio. Durante il viaggio che ci ha portati a Busalla, in provincia di Genova, è un pensiero fisso quello che ci fa pensare al fatto che a breve saremmo stati al cospetto del primo astronauta ad aver portato il vessillo italiano nello spazio. Quello che ha abbattuto la barriera del “mai fatto prima”.
Franco Malerba ci accoglie in casa sua con generosità e affabilità e ci dedica tre ore e mezza del suo prezioso tempo. Saltano un po’ i paradigmi, perché il classico schema “domanda-risposta” lascia spazio ad un racconto spontaneo e biografico di Malerba. All’interno del resoconto di quell’incontro, per motivi di spazio e di discrezione, faremo una sintesi.

La passione di Franco Malerba per l’ingegneria prende forma fin dalla tenera età. Dotato fin da piccolo di una buona manualità, il suo giocattolo preferito era il “Meccano”. Arrivato al liceo entra in contatto con la fisica, tuttavia dopo il diploma decide di laurearsi in ingegneria a Genova nei 5 anni canonici. Dopo la laurea in ingegneria si dedica a quella in fisica, che consegue con la volontà di fare il ricercatore.
Dopo la seconda laurea entra in qualità di ufficiale di complemento nella Marina Militare Italiana e viene imbarcato sulla nave San Giorgio in qualità di Professore di meccanica razionale e fisica. Entra a far parte del CNR e tra il 1972/73 va per la prima volta negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio in fisica e partecipa ad un importante esperimento. Seppur con qualche perplessità, nel 1975 lascia il CNR ed entra in un’azienda informatica privata in qualità di project manager. E proprio mentre lavora nell’informatica arriva la sua (inaspettata) opportunità per entrare nel mondo dell’astronautica. Un articolo di giornale, portato all’attenzione di Malerba da un amico, ricerca dei candidati astronauti per conto del governo inglese in vista del progetto SPACELAB. Franco Malerba decide di provarci e invia la sua candidatura. Gli inglesi lo “rimandano” ai loro pari italiani che allora facevano parte del Ministero per il coordinamento dei progetti scientifici. Ai tempi non esisteva ancora l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana).
Malerba entra in contatto con il Ministero e inizia l’iter per la valutazione dei candidati italiani da inviare successivamente all’ESA. Al termine delle prove (1° visita medica e attitudinale – 2° prova scientifica) vengono selezionati in 5.
Inizia quindi la selezione presso l’ente spaziale europeo con ben 4 scogli da superare. Il primo a Parigi, una complessa prova di natura tecnico-scientifica. La seconda era volta a comprendere le esperienze di ricerca e professionali. La terza era un’impegnativa prova scientifica. Infine la quarta, una dura selezione fisica e attitudinale, con tanto di “centrifuga”. Al termine del lungo iter di selezione dell’ESA furono in 4 gli astronauti selezionati: un italiano (Franco Malerba), un tedesco, uno svizzero e un olandese.
I 4 aspiranti astronauti vennero inviati alla NASA per l’inizio dell’addestramento.
A questo punto, agli albori dell’attività aerospaziale europea, per motivi formali e tecnici vengono fatte scelte che portano Malerba a non rientrare nei piani ESA/NASA in tempi brevi. Nel frattempo, in attesa di chiarimenti circa la sua situazione, l’italiano collabora per sviluppare un sistema che successivamente avrebbe volato su SPACELAB e che avrebbe operato nell’ambito della fisica ionosferica.
Maleba inizia ad occuparsi di telecomunicazioni e si trasferisce a Roma, rimanendo in contatto con il “Piano Spaziale Nazionale”, ovvero la futura ASI.
Per poter andare nello spazio, Malerba accetta di iniziare da capo tutti gli iter di selezione. Selezione che risupera brillantemente. Fin qui il racconto “a ruota libera” di Franco Malerba. Un racconto che ha sintetizzato ben 15 anni della sua vita.

Quando e come ha saputo di avere in tasca il biglietto per poter avere un seggiolino a bordo di una missione spaziale?
Nel 1991, ero andato a Roma per un incontro in quella che allora era la nostra agenzia spaziale. Era una sorta di intervista investigativa che veniva fatta individualmente. 2 giorni dopo, mentre ero in albergo, venni raggiunto da una telefonata del direttore Carlo Buongiorno che mi informava della mia selezione per la missione. La stampa aveva già rilanciato la notizia e Buongiorno – un po’ irritato – pensava che fossi stato io a parlare con i giornalisti. Ma io lo seppi in quel momento da lui e in quello strano modo.

Qual è stato il momento della sua esperienza che focalizza meglio la sua epopea?
Quando ho scritto il mio libro (“La Vetta” - ndr), è stato quello il momento in cui ho dovuto mettere insieme le mie memorie. Scrivere il libro mi ha aiutato a rivivere e focalizzare la mia esperienza nello spazio a distanza di tempo.

Quali sono invece i momenti nello spazio che ricorda con maggior piacere o faciltà?
Ce ne sono diversi. La conversazione con il Presidente del Consiglio dell’epoca Giuliano Amato ad esempio, fu per me importante anche dal punto di vista comunicativo.
La mia missione ebbe anche qualche problema con l’esperimento del “satellite a guinzaglio”. In quel frangente abbiamo sconfinato e infranto le regole di volo che ci volevano attivi per 16 ore al giorno. Dover ovviare a quell’anomalia ci fece lavorare a lungo fino alla messa sotto controllo del satellite. Fu un momento intenso.
Poi c’è un episodio che ricordo spesso e riguarda un floppy disk. All’epoca sullo shuttle avevamo dei computer e usavamo dei floppy disk per salvare i risultati degli esperimenti e i dati. Ne avevo circa una dozzina e al termine dell’utilizzo li inserivo in un astuccio con delle tasche appeso alla parete dell’Atlantis. Al termine dell’utilizzo di un floppy, forse non lo misi correttamente nell’astuccio e successivamente mi accorsi che non era al suo posto. Ovviamente nello spazio, in microgravità le cose “volano” e bastano piccole correnti per influenzarne le traiettorie. Con un po’ di imbarazzo andai dal comandante per informarlo dello smarrimento del floppy disk. Il comandante mi consigliò di andare a vedere nella griglia di aspirazione del gabinetto. Il dischetto era lì.

Ricorda cosa faceva la notte dell’Apollo 11 nel luglio 1969? Quanto ha influito sul suo futuro quella notte?
Ero a casa con la mia famiglia a Genova, seguimmo l’impresa alla TV come molti altri quella notte. Rimasi colpito dalla telecronaca di Tito Stagno e dal siparietto legato al momento dell’allunaggio in cui c’era disaccordo tra lo studio e l’inviato. In quel momento Tito Stagno divenne popolare quanto Neil Armstrong!
Devo dire per il resto che guardai con interesse ma non con eccessiva passione quell’evento.
Mi aveva colpito maggiormente la missione Apollo 8, quella che per la prima volta circumnavigava la Luna e andava a vedere quello che è il “lato nascosto” del nostro satellite.

Il programma Apollo ci ha insegnato quanto sia importante la divulgazione e una corretta comunicazione delle missioni astronautiche e della scienza. Qual è la sua visione della divulgazione scientifica?
La divulgazione scientifica è importantissima. Secondo me esistono quattro livelli di conoscenza delle cose:
1 – Quello in cui si legge e comprende quanto letto
2 – Quello in cui si supera un esame e si dimostra di aver assimilato quanto studiato
3 – Quello in cui si è in grado di tenere una lezione, e quindi si riesce a trasmettere quanto assimilato
4 – Quello divulgativo, il più alto, quello in cui conosci così bene un argomento da riuscire a farlo apprezzare dagli altri

Quali sono i suoi programmi per il futuro?
Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario del mio volo nello spazio e sono molto impegnato, in collaborazione con il Comune di Busalla e l’Assessorato alla Cultura, per l’organizzazione del Festival dello Spazio. Un evento che ho fortemente voluto e al quale tengo molto.
Dal 27 al 31 luglio, a Busalla riuniamo il meglio dell’astronautica italiana grazie alla collaborazione con i grandi player nazionali. Tra l’altro, a poche ore dal suo lancio con la Soyuz, avremo anche un collegamento con il mio amico Paolo Nespoli.
Il programma completo è disponibile all’indirizzo http://www.festivaldellospazio.com/

Emmanuele Macaluso

giovedì 2 marzo 2017

ELON MUSK E SPACEX: PROGETTO LUNARE O ATTIVITA’ DI RELAZIONI STRATEGICHE?

 (Elon Musk davanti al mockup della capsula Dragon V2. Credit: SpaceX)

Nelle scorse ore, l’imprenditore statunitense Elon Musk, patron di SpaceX, Solar City e Tesla, ha comunicato la volontà di SpaceX di inviare 2 turisti spaziali verso la Luna. La missione, che si svolgerebbe entro la fine del 2018, dovrebbe portare i 2 passeggeri a bordo di una capsula Dragon2, spinta da un razzo Falcon Heavy, a ripercorrere l’epopea dell’Apollo 8 in occasione del 50° anniversario della missione. Si tratterebbe di un viaggio automatizzato di circa una settimana, seguendo una traiettoria di circa 700.000 Km che non necessiterebbe di correzioni (free return trajectory). La notizia ha fatto ovviamente il giro del mondo in pochi minuti scatenando l’entusiasmo degli appassionati e qualche perplessità da parte dei tecnici e degli osservatori più attenti.
Vediamo i motivi di questo motivato scetticismo e cerchiamo di capire le ragioni strategiche dietro l’immissione di questa notizia nei media.

Questioni comunicative
L’annuncio è stato diffuso a poche ore dall’ennesima débâcle di SpaceX. Nelle ore precedenti infatti, la capsula Dragon ha dovuto “abortire” l’attracco alla ISS (International Space Station) a causa di un’anomalia al sistema di navigazione. Un problema risolto nelle ore successive, ma che si aggiunge alla lista delle “anomalie di funzionamento” dei materiali SpaceX. Veri e propri incidenti che ricorderemo nella sezione dedicata alle questioni tecniche.
Dal punto di vista comunicativo, l’impressione è che la missione verso la Luna sia un’azione combinata di crisis communication, comunicazione di distrazione e relazioni strategiche e di lobby.
Semplificando, è come se il concorrente del programma televisivo “Lascia o raddoppia” (Elon Musk), messo alle strette dagli eventi abbia deciso di raddoppiare. Rilanciando un obiettivo così ambizioso e suggestivo, si porta l’attenzione del pubblico e dei media lontano dall’ennesimo incidente di percorso spostandola altrove. Così facendo, SpaceX dà la sensazione che la compagnia goda di una tale salute da poter ambire a risultati più importanti. Guardando i fatti però, si valuta uno stato di salute fortemente percepito, ma (forse) non reale.
Oltre all’azione di crisis communication e distrazione, bisogna aggiungere quella di pressione e di lobby.
Se in relazione al trasporto di merci e astronauti Nasa verso la Stazione Spaziale Internazionale, SpaceX e l’ente astronautico americano sono partner, per un’eventuale corsa verso la Luna, le due realtà diventano competitor.
Il magnate americano si propone quindi nei confronti del Governo degli Stati Uniti d’America come il vettore che porterebbe la Nasa (in qualità di cliente) verso la Luna ad un prezzo inferiore.
La Nasa infatti vorrebbe tentare il salto verso il nostro satellite naturale con una capsula Orion spinta da un razzo SLS (Space Launch System). Programmi più costosi, per un valore di circa 3 miliardi di dollari l’anno.
SpaceX cerca quindi in un sol colpo di tagliare fuori gli altri competitor privati e di mettere la Nasa nelle condizioni di diventare un cliente.
Concludendo, con un unico annuncio si cerca di occultare gli errori del passato e di diventare l’attore principale dell’astronautica privata statunitense. Ambizioso, forse un po’ troppo.

Questioni tecniche
Sono molte anche le questioni tecniche che renderebbero la spedizione circumlunare irrealizzabile. Le elenchiamo di seguito.
- Ritardi e incidenti: Alla Nasa sembrano non aver gradito l’azione di lobby comunicativa (e non solo) messa in atto da Musk, al punto che sono state fatte subito delle precisazioni relative al passato di SpaceX. Un passato con non pochi fallimenti. Si va dai 2 incidenti dei razzi Falcon9 ai recenti problemi del sistema di navigazione che ha ritardato l’attracco alla ISS. A questo si aggiunga il ritardo nel lancio del Falcon Heavy che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – avvenire la prossima estate. Ritardo anche per la capsula Dragon 2, rinviata all’anno prossimo.
L’accordo tra Nasa e SpaceX prevederebbe il trasporto di astronauti statunitensi a bordo della ISS prima dell’inizio delle attività legate al turismo spaziale, e quindi relative all’annuncio. Secondo alcune fonti, per proteggersi da eventuali ulteriori ritardi, la Nasa starebbe prendendo in considerazione la necessità di acquistare “passaggi” a bordo delle Soyuz addirittura fino al 2019. Un segnale tecnico e di pressione anche questo.

- Fattori legislativi e amministrativi: Anche SpaceX deve sottostare ai regolamenti dell’autorità che regola i voli civili americani. Non è detto infatti che la FAA (Federal Aviation Administration) dia le autorizzazioni necessarie per lo svolgimento della Missione. Un altro scoglio che, visti i tempi stretti per il collaudo di capsula e lanciatore, sembra insormontabile.

- Fattore umano: I due turisti spaziali, per quanto facoltosi, dovrebbero sottoporsi ad un programma di preparazione intensivo e dovrebbero affrontare la missione senza il supporto di un astronauta con esperienza. Un ennesimo ostacolo in caso di manovra o avaria.

- Risposta dei competitor: al di là delle reali capacità di SpaceX di seguire al millimetro una difficile tabella di marcia, bisognerà inserire nello scenario anche una probabile risposta di ingaggio da parte degli altri competitor privati che si occupano di astronautica negli Stati Uniti d’America. Probabilmente la guerra dei finanziamenti mieterà qualche vittima, e verranno messe in risalto alcune posizioni  “non proprio in linea” (per usare un eufemismo) con l’attuale guida politica americana, che Elon Musk ha esternato qualche mese fa a seguito dell’elezione di Trump.

In questo contesto, non può sfuggire che parlare di missioni verso la Luna possa apparire qualcosa di poco probabile e che difficilmente potrà essere gestita senza cicatrici più avanti sulla linea del tempo. Più sono grandi le promesse e la posta in gioco infatti, più potenzialmente è grande la delusione per un eventuale fallimento o ritardo. L’asticella forse è stata alzata troppo, e un’azione di crisis communication così aggressiva ne porterà potenzialmente un’altra più complessa.

Da appassionati non possiamo che augurarci che SpaceX e il suo visionario leader possano riuscire a fare quanto dichiarato, ma da osservatori e professionisti rimaniamo scettici. Siamo tuttavia pronti e disponibili  a divulgare gli eventuali successi di SpaceX.

Emmanuele Macaluso

martedì 17 gennaio 2017

GODSPEED EUGENE CERNAN




(Credit photo: Nasa)

A poche settimane dalla scomparsa di John Glenn, un altro titano dello spazio ci ha lasciati ieri all’età di 82 anni. Eugene "Gene" Andrew Cernan (Chicago, 14 marzo 1934 – Houston, 16 gennaio 2017) ha preso parte a tre missioni nello spazio: Gemini 9 (1966), Apollo 10 (1969) e infine Apollo 17 (1972).
Fa parte della ristretta élite composta da soli 3 astronauti, che per 2 volte hanno volato verso la Luna (gli altri 2 sono Jim Lovell e John Young).
Ma soprattutto, è stato l’ultimo dei 12 astronauti che hanno calcato il suolo lunare. “Gene” Cernan è stato “the last man on the moon” (l’utimo uomo sulla Luna ndr). Durante l’ultima missione lunare della Nasa, l’Apollo 17, il suo collega Harrison H. Schmitt risalì sul LEM prima di lui. Nel 1999 diede alle stampe il libro “The last man on the moon”, che ispirò anche un film documentario dal titolo omonimo.
Ci lascia un uomo di grande coraggio, che ha innalzato i limiti della razza umana attraverso la scienza e l’innovazione tecnologica. Non avremo più il piacere di ascoltarlo nelle sue conferenze, e la natura umana che lo ha avvicinato a tutti noi ha potuto solo accarezzare la linea del tempo sul nostro pianeta. Ma sulla Luna, le sue impronte resteranno per sempre. Godspeed “Gene” e grazie.

Emmanuele Macaluso