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martedì 25 luglio 2017

ITALIA NELLO SPAZIO: INIZIA LA MISSIONE “VITA” DI PAOLO NESPOLI

(L’astronauta italiano Paolo Nespoli in un’immagine istituzionale ASI / ESA – credits dei rispettivi proprietari)

Mentre nell’ottobre del 1957 veniva mandato in orbita dall’U.R.S.S.  lo Sputnik, il primo satellite artificiale del mondo, un bambino di 6 mesi ignorava tutte le tensioni della corsa allo spazio tra le superpotenze mondiali,  e soprattutto ignorava che in quello spazio ci sarebbe andato per ben tre volte.
Nato a Milano il 6 aprile del 1957, Paolo Nespoli si sta preparando ad andare a lavorare a bordo della ISS (International Space Station / Stazione Spaziale Internazionalendr).
La missione di lunga durata inizierà nel pomeriggio il 28 luglio. Nespoli sistemerà i suoi 188 cm di altezza sul seggiolino di destra della capsula Sojuz  MS-05 (la versione più evoluta di questa capsula spaziale), mentre prenderà il via la expedition 52/53. Sarà la seconda volta a bordo della Sojuz per l’astronauta italiano, impegnato nella sua terza missione denominata “VITA”.
L’astronauta italiano ha volato per la prima volta nello spazio il 23 ottobre del 2007, a bordo dello Space Shuttle Discovery per la missione STS-120Esperia”.
3 anni dopo, il 15 dicembre 2010, Nespoli siede per la prima volta nella capsula Sojuz (TMA-20) sulla rampa di lancio del cosmodromo di Baikonur (Kazakistan),  per la sua prima missione di lunga durata denominata “MagISStra” (expedition 26/27).
Al termine delle prime due missioni, saranno 174 i giorni passati a bordo della ISS. Ed è da quei 174 giorni che riprenderà il “contatore spaziale” che vede protagonista il brianzolo.
Tra poche ore, il 28 luglio 2017, all’età di 60 anni, inizierà la sua seconda missione di lunga durata con un programma fittissimo di esperimenti e attività in regime di microgravità.
La missione VITA (acronimo di: Vitalità – Innovazione – Tecnologia – Abilità) prevede esperimenti di biologia, fisiologia umana, monitoraggio dell’ambiente spaziale, scienza dei materiali e dimostrazioni tecnologiche.
Quando non sarà impegnato negli esperimenti, Nespoli darà il suo contributo nella manutenzione della ISS in vista del suo futuro utilizzo.
La terza missione di Paolo Nespoli nello spazio avviene in concomitanza con un importante anniversario per l’astronautica italiana. Il 31 luglio 2017 infatti, ricorre il 25esimo anniversario del primo volo italiano nello spazio. Era infatti il 31 luglio 1992 quando l’astronauta italiano Franco Malerba portava per la prima volta il vessillo italiano nello spazio, a bordo dello space shuttle Atlantis nella missione STS-46. A 24 ore dal lancio di venerdì 29, i due astronauti faranno un collegamento nell’ambito del Festival dello Spazio di Busalla (Ge) organizzato da Malerba.
Sarà possibile assistere alla partenza della missione spaziale di Paolo Nespoli in streaming attraverso il sito ASI (Agenzia Spaziale Italiana) all’indirizzo http://www.asi.it

Emmanuele Macaluso

venerdì 7 luglio 2017

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A FRANCO MALERBA



Franco Egidio Malerba, nato a Busalla (Ge), classe 1946, due lauree (ingegneria e fisica), è il primo astronauta italiano della storia. È stato specialista di carico a bordo dello space shuttle Atlantis nella missione STS-46 del 1992. Eurodeputato nella quarta legislatura del Parlamento Europeo nelle file del PPE, è stato insignito dell’onoreficenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1992 gli viene conferita la Medaglia Colombiana della Città di Genova. L’asteroide 9897 porta il suo cognome in suo onore.


(Franco Malerba durante l’intervista – Credit photo Emmanuele Macaluso)

Intervistare un astronauta vuol dire trovarsi di fronte ad un’eccellenza assoluta. Non importa la missione o il mezzo attraverso il quale si va nello spazio. Durante il viaggio che ci ha portati a Busalla, in provincia di Genova, è un pensiero fisso quello che ci fa pensare al fatto che a breve saremmo stati al cospetto del primo astronauta ad aver portato il vessillo italiano nello spazio. Quello che ha abbattuto la barriera del “mai fatto prima”.
Franco Malerba ci accoglie in casa sua con generosità e affabilità e ci dedica tre ore e mezza del suo prezioso tempo. Saltano un po’ i paradigmi, perché il classico schema “domanda-risposta” lascia spazio ad un racconto spontaneo e biografico di Malerba. All’interno del resoconto di quell’incontro, per motivi di spazio e di discrezione, faremo una sintesi.

La passione di Franco Malerba per l’ingegneria prende forma fin dalla tenera età. Dotato fin da piccolo di una buona manualità, il suo giocattolo preferito era il “Meccano”. Arrivato al liceo entra in contatto con la fisica, tuttavia dopo il diploma decide di laurearsi in ingegneria a Genova nei 5 anni canonici. Dopo la laurea in ingegneria si dedica a quella in fisica, che consegue con la volontà di fare il ricercatore.
Dopo la seconda laurea entra in qualità di ufficiale di complemento nella Marina Militare Italiana e viene imbarcato sulla nave San Giorgio in qualità di Professore di meccanica razionale e fisica. Entra a far parte del CNR e tra il 1972/73 va per la prima volta negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio in fisica e partecipa ad un importante esperimento. Seppur con qualche perplessità, nel 1975 lascia il CNR ed entra in un’azienda informatica privata in qualità di project manager. E proprio mentre lavora nell’informatica arriva la sua (inaspettata) opportunità per entrare nel mondo dell’astronautica. Un articolo di giornale, portato all’attenzione di Malerba da un amico, ricerca dei candidati astronauti per conto del governo inglese in vista del progetto SPACELAB. Franco Malerba decide di provarci e invia la sua candidatura. Gli inglesi lo “rimandano” ai loro pari italiani che allora facevano parte del Ministero per il coordinamento dei progetti scientifici. Ai tempi non esisteva ancora l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana).
Malerba entra in contatto con il Ministero e inizia l’iter per la valutazione dei candidati italiani da inviare successivamente all’ESA. Al termine delle prove (1° visita medica e attitudinale – 2° prova scientifica) vengono selezionati in 5.
Inizia quindi la selezione presso l’ente spaziale europeo con ben 4 scogli da superare. Il primo a Parigi, una complessa prova di natura tecnico-scientifica. La seconda era volta a comprendere le esperienze di ricerca e professionali. La terza era un’impegnativa prova scientifica. Infine la quarta, una dura selezione fisica e attitudinale, con tanto di “centrifuga”. Al termine del lungo iter di selezione dell’ESA furono in 4 gli astronauti selezionati: un italiano (Franco Malerba), un tedesco, uno svizzero e un olandese.
I 4 aspiranti astronauti vennero inviati alla NASA per l’inizio dell’addestramento.
A questo punto, agli albori dell’attività aerospaziale europea, per motivi formali e tecnici vengono fatte scelte che portano Malerba a non rientrare nei piani ESA/NASA in tempi brevi. Nel frattempo, in attesa di chiarimenti circa la sua situazione, l’italiano collabora per sviluppare un sistema che successivamente avrebbe volato su SPACELAB e che avrebbe operato nell’ambito della fisica ionosferica.
Maleba inizia ad occuparsi di telecomunicazioni e si trasferisce a Roma, rimanendo in contatto con il “Piano Spaziale Nazionale”, ovvero la futura ASI.
Per poter andare nello spazio, Malerba accetta di iniziare da capo tutti gli iter di selezione. Selezione che risupera brillantemente. Fin qui il racconto “a ruota libera” di Franco Malerba. Un racconto che ha sintetizzato ben 15 anni della sua vita.

Quando e come ha saputo di avere in tasca il biglietto per poter avere un seggiolino a bordo di una missione spaziale?
Nel 1991, ero andato a Roma per un incontro in quella che allora era la nostra agenzia spaziale. Era una sorta di intervista investigativa che veniva fatta individualmente. 2 giorni dopo, mentre ero in albergo, venni raggiunto da una telefonata del direttore Carlo Buongiorno che mi informava della mia selezione per la missione. La stampa aveva già rilanciato la notizia e Buongiorno – un po’ irritato – pensava che fossi stato io a parlare con i giornalisti. Ma io lo seppi in quel momento da lui e in quello strano modo.

Qual è stato il momento della sua esperienza che focalizza meglio la sua epopea?
Quando ho scritto il mio libro (“La Vetta” - ndr), è stato quello il momento in cui ho dovuto mettere insieme le mie memorie. Scrivere il libro mi ha aiutato a rivivere e focalizzare la mia esperienza nello spazio a distanza di tempo.

Quali sono invece i momenti nello spazio che ricorda con maggior piacere o faciltà?
Ce ne sono diversi. La conversazione con il Presidente del Consiglio dell’epoca Giuliano Amato ad esempio, fu per me importante anche dal punto di vista comunicativo.
La mia missione ebbe anche qualche problema con l’esperimento del “satellite a guinzaglio”. In quel frangente abbiamo sconfinato e infranto le regole di volo che ci volevano attivi per 16 ore al giorno. Dover ovviare a quell’anomalia ci fece lavorare a lungo fino alla messa sotto controllo del satellite. Fu un momento intenso.
Poi c’è un episodio che ricordo spesso e riguarda un floppy disk. All’epoca sullo shuttle avevamo dei computer e usavamo dei floppy disk per salvare i risultati degli esperimenti e i dati. Ne avevo circa una dozzina e al termine dell’utilizzo li inserivo in un astuccio con delle tasche appeso alla parete dell’Atlantis. Al termine dell’utilizzo di un floppy, forse non lo misi correttamente nell’astuccio e successivamente mi accorsi che non era al suo posto. Ovviamente nello spazio, in microgravità le cose “volano” e bastano piccole correnti per influenzarne le traiettorie. Con un po’ di imbarazzo andai dal comandante per informarlo dello smarrimento del floppy disk. Il comandante mi consigliò di andare a vedere nella griglia di aspirazione del gabinetto. Il dischetto era lì.

Ricorda cosa faceva la notte dell’Apollo 11 nel luglio 1969? Quanto ha influito sul suo futuro quella notte?
Ero a casa con la mia famiglia a Genova, seguimmo l’impresa alla TV come molti altri quella notte. Rimasi colpito dalla telecronaca di Tito Stagno e dal siparietto legato al momento dell’allunaggio in cui c’era disaccordo tra lo studio e l’inviato. In quel momento Tito Stagno divenne popolare quanto Neil Armstrong!
Devo dire per il resto che guardai con interesse ma non con eccessiva passione quell’evento.
Mi aveva colpito maggiormente la missione Apollo 8, quella che per la prima volta circumnavigava la Luna e andava a vedere quello che è il “lato nascosto” del nostro satellite.

Il programma Apollo ci ha insegnato quanto sia importante la divulgazione e una corretta comunicazione delle missioni astronautiche e della scienza. Qual è la sua visione della divulgazione scientifica?
La divulgazione scientifica è importantissima. Secondo me esistono quattro livelli di conoscenza delle cose:
1 – Quello in cui si legge e comprende quanto letto
2 – Quello in cui si supera un esame e si dimostra di aver assimilato quanto studiato
3 – Quello in cui si è in grado di tenere una lezione, e quindi si riesce a trasmettere quanto assimilato
4 – Quello divulgativo, il più alto, quello in cui conosci così bene un argomento da riuscire a farlo apprezzare dagli altri

Quali sono i suoi programmi per il futuro?
Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario del mio volo nello spazio e sono molto impegnato, in collaborazione con il Comune di Busalla e l’Assessorato alla Cultura, per l’organizzazione del Festival dello Spazio. Un evento che ho fortemente voluto e al quale tengo molto.
Dal 27 al 31 luglio, a Busalla riuniamo il meglio dell’astronautica italiana grazie alla collaborazione con i grandi player nazionali. Tra l’altro, a poche ore dal suo lancio con la Soyuz, avremo anche un collegamento con il mio amico Paolo Nespoli.
Il programma completo è disponibile all’indirizzo http://www.festivaldellospazio.com/

Emmanuele Macaluso

mercoledì 16 dicembre 2015

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A MAURIZIO CHELI

(Credit Photo Copyright Emmanuele Macaluso - TheCosmobserver)


Maurizio Cheli nasce a Modena nel 1959 e passa la sua infanzia a Zocca. Nel 1978 entra all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli dove diventa pilota militare e collaudatore.

Nel 1992 entra all’ESA (European Space Agency) e viene inviato al Johnson Space Center della NASA, a Houston in Texas.

Nel 1996, per 15 giorni, 17 ore e 41 minuti, viene inviato nello spazio a bordo dello Space Shuttle Columbia con la missione STS-75. Durante la missione, Maurizio Cheli diventa il primo “Mission Specialist” italiano della storia.

Nello stesso anno viene assunto da Alenia Aeronautica e ottiene l’incarico di Capo Pilota Colaudatore per i velivoli della difesa e diviene il responsabile dello sviluppo operativo dell’Eurofighter Typhoon.

Nel 2005 fonda CFM Air, un’azienda che si occupa di progettazione di velivoli leggeri avanzati e diventa un imprenditore. Nel maggio 2015 pubblica “Tutto in un istante”, edito da Minerva Edizioni e con le note di Marianne Merchez, il suo primo libro attraverso il quale racconta la sua epopea sulla Terra e nello spazio.




È un pomeriggio assolato all’Aero Club di Torino. Maurizio Cheli arriva al nostro appuntamento a bordo della sua moto. Tolto il casco mi guarda e ci salutiamo con un grosso sorriso. L’intervista non avrebbe potuto avvenire in un posto più consono alla passione che ha portato Maurizio oltre l’atmosfera terrestre: il volo.

Maurizio non è l’astronauta che ti aspetti. Ha ovviamente un approccio serio alle cose, e quindi anche alla nostra intervista, ma ha un modo genuino, vitale e contemporaneamente semplice e pragmatico di porsi nei confronti del suo interlocutore. Mi trovo di fronte ad un uomo che è anche simpatico, e non è “rinchiuso” nel ruolo dell’astronauta rigido e marziale, nonostante la lunga carriera militare. Tempo di ordinare un caffè da assaporare mentre i velivoli continuano a decollare e a muoversi sulla pista di atterraggio vicino al nostro tavolo e l’intervista ha inizio.



D. Quando avevi 10 anni, nel 1969, è avvenuto lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11. Mi racconti come hai vissuto quel momento e quanto ti ha influenzato?

R. Nonostante la giovane età me lo ricordo benissimo. Non avevamo la televisione in casa e siamo andati a vederlo nel bar del paese, che era l’unico bar che aveva la TV. I miei genitori mi hanno dato il permesso di rimanere sveglio fino a tardi vista l’eccezionalità del momento. E io ricordo che guardavo questi uomini sulla Luna, sembrava una di quelle cose che potevano succedere solo nei film. Ricordo che uscivo dal bar e guardavo la Luna, pensando che in quel momento lì sopra c’erano delle persone. E quel ricordo non mi ha mai abbandonato. Anche adesso, quando guardo il nostro satellite naturale, non mi sembra possibile che qualcuno abbia potuto arrivare fin lì. È una cosa ancora così stimolante dal punto di vista tecnologico.

Quando sono arrivato alla Nasa, ho avuto la fortuna di conoscere John Young (1), che ha avuto la possibilità di viaggiare verso la Luna con il progetto Apollo e gli ho fatto molte domande.

Intanto si deve pensare che gli astronauti dell’Apollo avevano un’operatività che durava una settimana, credo che ancora oggi, non esista nulla di così complesso e tecnico come il viaggio sulla Luna.



D. Parliamo del lungo addestramento alla NASA. Qual è la cosa che ti piaceva fare diù e quella che non avresti mai voluto fare durante quei mesi?

R. Quelle che mi piacevano fare di più erano quelle più operative. Mi piaceva fare l’addestramento integrato, quelle che si facevano con i tre membri dell’equipaggio, quindi pilota, comandante e MS2 (MS2 – Mission Specialist 2 era Cheli ndr).

In quegli addestramenti hai il contatto diretto con i controlli di volo, dalle emergenze alle sequenze. Una vera e propria sfida con te stesso, perché spesso durante le simulazioni venivano immesse delle emergenze complesse e bisognava risolverle. Era un’insieme tra conoscenza del sistema e l’interpretazione dei sintomi del problema, della diagnosi e della capacità di porre rimedio in tempi brevissimi.

Un’altra cosa che mi piaceva provare era il “braccio robotico”, perché era qualcosa che si avvicinava molto al pilotaggio. Anche in quel caso si simulavano malfunzionamenti e molto spesso si passava da un sistema di controllo con il joystick ad un sistema che andava a lavorare sul singolo giunto del braccio robotico. Decisamente più complesso.

Oltre questo mi piaceva la parte di addestramento extraveicolare (EVA), che era obbligatoria per tutti.

La cosa che mi piaceva meno, era quella che si faceva davanti al computer e che serviva ad entrare in contatto con le varie emergenze. Era la parte più noiosa anche se aveva la sua importanza perché è quella di apprendimento e della didattica. Preferivo sicuramamente la parte più operativa.



D. Cosa hai provato la prima volta che hai visto uno Space Shuttle?

R. È impressionante! Era molto più grande di quanto immaginassi. Credevo fosse più piccolo. Vederlo rivolto verso l’alto è incredibile. E poi, è “la macchina che ti porta nello spazio”. È stato davvero emozionante.



D. C’è una cosa che hai scritto nel libro e che mi ha aiutato a fotografare una cosa alla quale non avevo mai pensato. Un viaggio nello spazio, in orbita attorno alla Terra, avviene in un ambiente estremo, ma di fatto equivale a 3 ore di auto in termini di distanza.

R. La maggior parte delle persone non se ne rende conto. Soprattutto quelle della mia generazione o di quelle precedenti. Si pensa che quando sei nello spazio vedi la Terra come se fosse una “pallina blu”, come nelle foto del progetto Apollo. Come se vedessi la Terra dalla Luna.

La verità è che loro andavano a 380.000 km dalla Terra, noi giravamo attorno al pianeta a “soli” 380 km di distanza. Vedi la curvatura della Terra, e il pianeta non rientra completamente nel tuo campo visivo. Dire che la distanza è quella di tre ore di macchina aiuta la gente a mettere meglio a fuoco la distanza alla quale ruoti attorno alle loro teste.



D. Da astrofilo, non nascondo un po’ di invidia perchè hai visto lo spazio e le stelle senza il filtro dell’atmosfera. Descrivimi quello che hai visto.

R. È stato incredibile. Le stelle sono molto più brillanti e sono molte di più quelle che si riescono a vedere dalla Terra, soprattutto quando con lo shuttle sei nella parte notturna dell’orbita attorno al pianeta. Capitava che quando entravamo nella parte notturna dell’orbita, per goderci lo spettacolo delle stelle abbassassimo le luci all’interno del Columbia per guardare fuori. Anche la Luna e il Sole sono molto più brillanti.



D. Qual è stato il momento “icona” della tua epopea nello spazio?

R. Ne ho due. Sono due momenti con emozioni diverse.

Il primo, quando sono arrivato in orbita, dovevo aprire il portellone dello Shuttle. L’operazione avveniva lentamente e io la guardavo attraverso due finestrini. Nonostante avessi già visto la Terra dai finestrini anteriori, vedere il mio pianeta sullo sfondo di questi pannelli che si aprivano lentamente e me la mostravano come se fosse un sipario, è stata un’emozione fortissima. Avevo nel mio campo visivo il Columbia e la Terra.

È come se mi fossi reso conto che “lo stavo facendo” davvero.

Il secondo, al rientro nell’atmosfera. Quando eravamo all’interno di una palla di fuoco. Ero preparato a tante cose, ma prepararsi a quello è impossibile. Per 10 minuti sei avvolto dalle fiamme. Sei in una galleria del vento, solo che il pezzo da testare sei tu. Vedi tutto da dentro e non da fuori. È impressionante.

Poi, non è una cosa statica, ma dinamica. Per intenderci, non vedi semplicemente rosso, ma vedi le fiamme che ti avvolgono e si muovono seguendo il campo aerodinamico dello shuttle.



D. Alla base di tutto quello che hai vissuto c’è la passione per il volo. Non importa in quale direzione! Ma c’è anche un’altra cosa, che è la volontà del cambiamento. Adesso sei un imprenditore e ti occupi sempre di volo e aeroplani.

R. La mia avventura da imprenditore arriva dopo la mia esperienza di collaudatore. È successo che un giorno sono arrivato in un piccolo campo volo, con una pista in erba da 300 metri. All’interno del campo c’erano dei velivoli molto semplici. Quello che mi ha colpito era la passione delle persone. Sembrava di rivivere l’epopea degli anni ’30 in America dove la passione la faceva ancora da padrone. In quel posto c’erano persone che si trovavano lì per il solo gusto di volare. Nessuna necessità professionale o altro.

Ho iniziato a volare con questi piccoli velivoli e ho riassaporato un grande senso di libertà. Una sensazione molto diversa rispetto ai caccia performanti e alla grande professionalità richiesta nelle aziende per le quali avevo operato.

Un giorno, insieme ad un mio amico abbiamo deciso di portare le nostre esperienze aeronautiche in questo campo in modo da dare il nostro contributo. È iniziato tutto così.



D. Il tuo lavoro ti ha portato a girare il mondo e in situazioni decisamente diverse. Come gestisci le relazioni?

R. È un problema, perché non sei mai radicato al luogo nel quale ti trovi. Nel corso degli anni però, mi sono reso conto che molto dipende molto dalla tecnologia di cui disponi. Ad esempio quando ero in accademia per telefonare avevo i sacchetti con i gettoni. 2 soli telefoni e una fila di altri che come te volevano chiamare casa o la fidanzata. Ora hai uno smartphone e questo rende tutto più semplice. E in più adesso è anche più facile viaggiare.

Ma al di là di questo, delle tecnologie e dei canali, ci vuole sempre la frequentazione e appena possibile rivedo i miei amici. Torno magari a Zocca, dove ho una casetta. Avevo bisogno di sapere che c’è un posto che è la mia “casa”, dove tengo le cose a cui tengo di più.



D. Il primo febbraio del 2003, il “tuo” Shuttle, il Columbia, si è disintegrato al suo ritorno sulla Terra. Quali sono state le tue sensazioni davanti a quelle drammatiche immagini?

R. È stata una sensazione molto forte. La propria navetta è come la “prima macchina” per un astronauta, non puoi non essere in qualche modo “attaccato” a quel mezzo. È la tua navetta, la senti tua.

Tra l’altro la zona dove è successo l’incidente io la ricordo molto bene. È in assoluto il posto dove ho provato e percepito la velocità in modo più forte in tutta la mia vita. Nonostante abbia volato con velivoli molto performanti, lì è stata superata qualsiasi soglia avessi mai varcato prima. In quel punto la velocità è di circa 19/20 volte quella del suono e sei solo a circa 75 km dal suolo. La sensazione della velocità è enorme perché è una combinazione tra velocità e quota. Lì è fortissima perché al rientro sei già abbastanza vicino al suolo da percepire quella velocità enorme. In più quello è il posto dove il calore arriva alla punta massima.

Quando ho visto le immagini del Columbia sono rimasto con la bocca aperta. Un’astronauta sa che il lavoro che andrà a fare ha molti rischi. È una sensazione che hai “dietro il cervello” e ti accompagna, ma vederlo davanti agli occhi, guardarlo accadere e rendersene conto è una sensazione fortissima e triste. Non solo per la navetta, ma anche per le persone a bordo che, al di là delle divergenze personali, erano lì sopra con la tua stessa passione.



D. Di solito le interviste finiscono con una domanda sull’importanza della divulgazione. Tu hai una grande capacità di divulgare, di semplificare i tuoi racconti e di renderli fruibili a tutti. È una cosa innata o ha fatto parte del tuo addestramento?

R.  No, non mi sono addestrato per questo. Fa parte dell’esperienza e del confronto con la gente. Cerco di fare dei parallelismi che portino tutti a comprendere quello che ho vissuto, attraverso esempi della quotidianità, mettendo chi mi ascolta nella possibilità di segurmi nel racconto.



L’intervista si conclude e inizia una lunga chiaccherata fatta di passioni comuni e curiosità. È possibile seguire Maurizio Cheli nelle sue attività e nei suoi incontri attraverso il suo sito web www.mauriziocheli.com o lagina facebook del suo libro all’indirizzo https://www.facebook.com/tuttoinunistantelibro



 E. Macaluso



(1) John Watts Young è un ex astronauta statunitense. Young è stato il nono uomo a porre il suo piede sulla Luna e l'unico americano che volò con le navicelle spaziali Gemini ed Apollo come pure con lo Space Shuttle.