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martedì 3 maggio 2016

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A DANIELE GARDIOL


Daniele Gardiol è un astronomo e tecnologo italiano, attualmente operativo presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino – INAF. Dal 1997 al 1999 ha contribuito alla costruzione del Telescopio Nazionale Galileo sito alle Canarie. Ha collaborato al progetto “Gaia” e attualmente è impegnato in due progetti internazionali: il “Cherenkov Telescope Array” e “Prisma”. Il suo curriculum conta ad oggi più di 50 pubblicazioni scientifiche e oltre 100 note tecniche.

Per la seconda volta mi reco all’Osservatorio Astrofisico di Torino, per intervistare un astronomo di questo prestigioso sito astronomico. L’intervista si svolge all’esterno, sulla terrazza degli uffici che si affaccia su una splendida vallata, e che viene utilizzata anche per svolgere alcune serate osservative organizzate dal vicino planetario.
L’intervista inizia con la mia curiosità circa il termine “tecnologo”. Gardiol, dimostrando anche un’ottima capacità divulgativa, mi spiega che il tecnologo è un astronomo specializzato nello sviluppo della tecnologia applicata all’astronomia e ai suoi strumenti. Apprendo che negli enti di ricerca, tra i quali rientra anche l’INAF, esistono due tipologie di scienziati: il ricercatore e il tecnologo. L’importanza delle due figure è assolutamente equiparabile.
Il ricercatore è l’astronomo che osserva, studia, scopre e attraverso pubblicazioni o altri canali divulgativi condivide quello che ha imparato a conoscere. Il tecnologo è colui che si occupa dello sviluppo della strumentazione, attraverso simulazioni e una grande capacità di provare a prevedere tutte le condizioni di utilizzo dello strumento. Il lavoro del tecnologo avviene generalmente prima di quello del ricercatore, che in seguito utilizzerà le tecnologie sviluppate dal primo.
Quanto appena scritto è esaltante se si pensa che gli ambiti operativi di un tecnologo moderno sono complessi e al limite della fantascienza.
È il caso di Daniele Gardiol che ha collaborato alla buona riuscita di progetti internazionali di assoluta eccellenza. Tra questi spicca la missione “Gaia” dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Ha iniziato occupandosi di uno strumento di bordo denominato “BAM” (Basic Angle Monitoring), grazie al quale la sonda riesce ad interpretare l’angolo tra i due telescopi che utilizza per la mappatura dell’universo. Conoscere l’esatta angolazione di questi due strumenti permette di poter sovrapporre quello che “vedono” i due telescopi, creando un’immagine con un margine di errore pressoché inesistente nella costruzione della mappa dell’universo che la sonda ci sta inviando.
Un progetto che ha unito l’astronautica all’astronomia e che ha visto il mio intervistato ricoprire il ruolo di “coordinatore del modello di strumento”.

Proprio Gaia può farci comprendere un altro aspetto della complessità del lavoro del tecnologo. Una sonda è un prototipo, un pezzo unico e dal valore economico-scientifico valutabile in milioni di dollari. Il tecnologo deve prevedere ancor prima del lancio, tutte le possibili condizioni interne ed esterne alle quali sarà sottoposta la delicata attrezzatura di bordo.
Anche una macchina di Formula 1 è un prototipo, tuttavia si deve però pensare che in caso di malfunzionamenti, oltre alla telemetria, alla fine del giro di pista, i meccanici possono agire manualmente su un’eventuale problema del mezzo. Questo non può avvenire per una sonda spaziale. Quindi attraverso simulazioni, confronti con gli altri membri del progetto e una grande capacità previsionale, il tecnologo si assume la responsabilità del futuro funzionamento di un progetto da milioni destinato a viaggiare nel cosmo.
Il progetto Gaia per il tecnologo è terminato il 19 dicembre del 2013, con il lancio da parte dell’ESA e la partenza dalla Guiana francese.

Attualmente Gardiol è impegnato principalmente in due progetti. Il primo è il “Cherenkov Telescope Array” (CTA), gestito da un consorzio mondiale che attraverso questo progetto si pone come obiettivo quello di osservare da terra i raggi gamma provenienti dal cosmo.
Mi viene spiegato che, quando i raggi gamma raggiungono l’atmosfera terrestre, attraverso cambiamenti fisici, producono degli sciami di particelle. Questi sciami producono una luminescenza di colore blu, nota come “radiazione di Cherenkov”. Attraverso lo studio di queste radiazioni luminose si può risalire alle caratteristiche del raggio gamma e studiare l’oggetto celeste che lo ha prodotto. È come se studiando gli effetti di un fenomeno fisico, andando a ritroso, se ne possa comprendere anche l’origine. Sono impegnati in questa ricerca circa un centinaio di telescopi, di diversa grandezza,  posizionati su un km quadrato circa. Gardiol partecipa allo sviluppo del software di controllo dell’ottica attiva dei telescopi piccoli coinvolti nel progetto. Ogni telescopio ha al suo interno degli specchi segmentati che hanno il compito di catturare la luce. Questi specchi devono essere riposizionati, attraverso delle correzioni a bassa frequenza, ogni volta che si sposta lo strumento. Ulteriori informazioni su questo progetto sono disponibili sul sito ufficiale https://portal.cta-observatory.org/Pages/Home.aspx

Il secondo progetto che vede in prima linea il mio intervistato, e che coinvolge attualmente anche i francesi, si chiama “PRISMA” (Prima Rete Italiana per lo Studio delle Meteore e dell’Atmosfera).
PRISMA consiste nel posizionamento di alcune telecamere puntate costantemente verso il cielo. Le telecamere sono protette da uno chassis che le rende simili a delle bottigliette d’acqua da mezzo litro. Una di queste è posizionata sul tetto dell’osservatorio di Torino e potete vederla nella foto che correda questo articolo, posizionata sul muretto accanto al protagonista. Tutte le “telecamere” utilizzate sono identiche, eliminando differenze di ottiche e software; scattano 30 immagini al secondo e sono collegate in rete con un elaboratore centrale che elabora tutte le informazioni. Ogni volta che una meteora entra nell’atmosfera viene ripresa da più angolazioni.
Grazie all’incrocio dei dati, alla triangolazione delle informazioni, si possono ottenere molte indicazioni utili circa la provenienza, l’orbita e il sito nel quale sarà possibile raccogliere eventuali meteoriti. Una vera e propria mappatura delle meteore sul cielo italiano e francese. È tuttavia facile immaginare che questo progetto possa estendersi anche ad altri Paesi europei. Una di queste telecamere ad esempio è già attiva in Austria. È possibile seguire l’andamento di PRISMA sul sito www.fripon.org.

L’intervista al Dott. Gardiol termina parlando di divulgazione e della sua importanza. Mi spiega che la sua esperienza lo ha portato a riconoscere due tipi di divulgazione attraverso i libri. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un tipo di divulgazione così rigorosa che diventa poco fruibile dal non addetto ai lavori. Nel secondo caso invece ci troviamo di fronte ad una divulgazione un po’ troppo semplicistica, dove il cosmo diventa solo un pretesto per raccontare una storia che spesso è ricca di disattenzioni ed errori scientifici. L’approccio giusto, come capita spesso, sta nel mezzo.
La nascita del primo figlio, ha portato Gardiol ad interrogarsi sulle necessità e modalità di divulgazione, soprattutto nei confronti di un pubblico molto giovane. I genitori dell’astronomo erano entrambi insegnanti delle elementari e unendo i suoi ricordi alla sua nuova veste di padre, ha creato una storia che parla di “Giallina, la stella bambina”, attraverso la quale spiega ai più piccoli l’evoluzione stellare con parole semplici utilizzando la tecnica dello storytelling.
Concludo questo articolo riportando le impressioni dell’intervistato circa il suo approccio alla divulgazione attraverso le sue parole:«Mi sentirei impoverito se quello che faccio rimanesse nella mia stretta cerchia. Coinvolgere il cittadino, che è colui che paga le tasse, spiegando la bellezza di quello che faccio e vedo, è per me gratificante».
Anche questa volta, oltre ad un astronomo abbiamo avuto il piacere di incontrare un uomo.

Emmanuele Macaluso

giovedì 7 aprile 2016

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA AD ALBERTO CORA SULL’INQUINAMENTO LUMINOSO




Alberto Cora è un fisico e divulgatore scientifico. Attualmente è Responsabile della didattica e della divulgazione presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino INAF. Precedentemente è stato Sistem Manager nel gruppo di “fisica solare”del progetto “SOLAR”.
Da sempre appassionato di astronomia, è stato tra i soci fondatori del Gruppo Astrofili William Herschel di Torino ed è socio della Società Astronomica Italiana e dell’International Astronomical Union.

Quella che mi accingo a scrivere non è un’intervista come le altre pubblicate su TheCOSMOBSERVER. Non è fatta di domande e risposte, ma è focalizzata su un aspetto che sta particolarmente a cuore all’intervistato. Ho incontrato Alberto Cora una mattina di fine marzo presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino, a Pino Torinese (To). Prendendo un caffè per “rompere il ghiaccio” prima dell’intervista, è subito emersa la particolare sensibilità di Cora per il tema dell’inquinamento luminoso. Un tema al quale tutti gli astronomi e astrofili guardano con sempre maggiore preoccupazione. Per questo motivo ho messo da parte le domande che avevo preparato e ho deciso di ascoltare con attenzione il tema proposto dal mio interlocutore. Chiaccherata che si è svolta in un luogo che ho sempre desiderato visitare: la biblioteca dell’Osservatorio.
In questo scenario carico di storia, pieno di tesori storici e culturali inizia la nostra intervista.

Quello dell’inquinamento luminoso è un problema sotto molti punti vista. Non riguarda solo gli “amanti del cielo”, ma la società tutta. Come tutte le forme di inquinamento deve essere presa in considerazione, e soprattutto deve essere oggetto di un’azione riparatrice.

La gente sta perdendo il contatto con il cielo”. Sembra una frase ad effetto, ma in realtà racchiude una verità molto sfaccettata e che non porta nessun vantaggio. Le nostre città sono così illuminate da non  permetterci di vedere bene. Non ci riferiamo solo al cielo, ma in termini assoluti. Una buona illuminazione cittadina dovrebbe prevedere luci gialle o verdi. Questo perché il nostro occhio reagisce meglio a quelle tonalità. Invece si sta puntando al bianco. In più c’è un problema di intensità della luce. Quella che si sta utilizzando nelle nostre città, con il passaggio ai led, è eccessiva, al punto da limitare perfino i vantaggi in termini di risparmio che i led ci offrono. Quando vediamo le foto scattate dallo spazio, dove interi parti di globo sono “fluorescenti”, stiamo guardando qualcosa di innaturale. Come in tutte le cose, ci sarebbe bisogno di equilibrio, di un utilizzo corretto delle risorse e degli strumenti.
Secondo un recente articolo apparso su un mensile di astronomia, la bolletta della luce dei comuni italiani si aggirerebbe intorno al miliardo e mezzo di euro. Una cifra importante, che potrebbe essere ridotta di un terzo installando con parametri corretti le luminarie. 
E poi ci sono i costi indiretti. INAF (Istituto Nazionale di AstroFisica) ad esempio, è sempre più spesso costretta a svolgere attività scientifiche all’estero, con conseguente aumento dei costi, questo perché l’inquinamento luminoso sta diventando eccessivo in Italia.
Conoscere il cielo, avere un contatto visivo con esso è da sempre importante per l’uomo. Un case history curioso riguarda il terremoto che colpì Los Angeles il 17 gennaio del 1994. A causa del sisma, intere aree della città vennero isolate e rimasero al buio. I centralini della polizia, dei vigili del fuoco e del locale osservatorio vennero presi d’assalto perché molti videro nel cielo una strana (in alcuni casi spaventosa) luminescenza. Era la Via Lattea.
C’è un’altra frase di Cora che mi ha colpito e che ci ha strappato un sorriso mentre la pronunciava. “Vedere il cielo aiuta a combattere la superstizione”. Questa è una cosa che emerge spesso durante le visite serali all’osservatorio. Gli amanti degli oroscopi e dell’astrologia infatti, non potendo vedere il cielo, hanno difficoltà a vedere che i parametri sui quali basano la loro pseudoscienza sono errati. Infatti è risaputo che  le costellazioni “zodiacali” siano 13 e non 12. In più, a causa della precessione, le costellazioni sono tutte sfalsate di circa 30 gradi. Semplificando, quando si cerca il proprio “segno zodiacale”, bisognerebbe prendere in considerazione quello precedente a quello indicato dagli almanacchi. Ora, ognuno è libero di credere a quello che desidera, ma che almeno lo faccia bene!
Ma al di là di questo, che - per fortuna e logica - non rappresenta un vero problema, conoscere il cielo e studiarlo è importante sotto molti aspetti, e le sue ricadute sono tangibili e reali.

Come è possibile quindi agire positivamente su questo importante problema?
INAF è in prima fila in questa battaglia. In qualità di ente di ricerca riconosciuto per la sua autorevolezza, è impegnato da anni nell’attività di divulgazione attraverso convegni e incontri, diventando così il catalizzatore delle indicazioni che provengono dai tecnici e dagli appassionati.
La legge che regola l’illuminazione, e che si sta cercando di modificare, è una legge regionale. 
Nello specifico, l’INAF attraverso l’Osservatorio Astrofisico di Torino è impegnato nel lungo lavoro che dovrebbe portare alla modifica della legge secondo metodo di buone prassi.
Agire dal punto di vista legislativo è di fatto l’azione più importante e concreta che si possa fare. Ma bisogna fare in fretta, perché molti comuni stanno modificando l’illuminazione cittadina con parametri sbagliati, in termini di colore, intensità e temperatura. Un ritardo nella modifica della legge porterebbe ad ulteriore esborso economico da parte della collettività, o al non adempimento del cambiamento dei parametri. Infatti la legge non può essere retroattiva.
Ed è proprio in questi frangenti di natura istituzionale e politica che emergono i diversi interessi delle realtà coinvolte. Per gli astronomi è un fatto scientifico e culturale. Per gli enti pubblici è un fattore eonomico. La capacità dei protagonisti è quello di far convergere i diversi punti di vista e gli interessi verso l’obiettivo generale che è quello dell’abbattimento dell’inquinamento luminoso.

Emmanuele Macaluso


Di seguito il link del sito “Cieli Piemontesi”, particolarmente attivo nella tematica trattata da questo articolo http://cielipiemontesi.it/

mercoledì 27 maggio 2015

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA AD ATTILIO FERRARI



Attilio Ferrari è un fisico e docente universitario. Attualmente è Presidente del Consorzio Interuniversitario per la Fisica Spaziale (CIFS), dell’Associazione ApritiCielo del Parco Astronomico INFINI.TO di Pino Torinese (To), Visiting Professor al Dipartimento di Astronomia e Astrofisica dell’Università di Chicago ed Research Affiliate al M.I.T. di Boston. È stato Direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino e responsabile di progetti scientifici internazionali. Ha presieduto il Comitato organizzatore dell’International Year of Astronomy 2009 a Torino ed è un divulgatore scientifico.

Sono le due del pomeriggio, quando chiudendo la portiera della mia automobile sul parcheggio di Infini.To (il planetario di Torino), mi fermo per scattare una foto alla struttura prima di entrarvi per intervistare il Prof. Attilio Ferrari. Ho conosciuto il professore durante un corso di astrofisica, una delle sue tante attività di divulgazione, e in quell’occasione ho richiesto l’incontro che sto documentando in questo articolo. Entrato nella struttura, rimango colpito dalle gioiose “grida” che provengono dai piani sottostanti. Alcune scolaresche stanno partecipando a dei laboratori didattici e a quanto pare si stanno divertendo molto. Mentre mi accompagnano nell’ufficio del direttore mi domando se i ragazzi si stiano rendendo conto di quanto stiano imparando divertendosi, e di quanto siano fortunati a farlo in un luogo come quello che ci sta ospitando. I miei pensieri cambiano quando entro nell’ufficio del prof. Ferrari e mi devo concentrare sulle domande, ma ancora di più sulle risposte che riceverò.
Il Direttore mi invita a sedermi e chiude la porta per isolarci dalle “grida”, pur accorgendoci entrambi che è solo una scelta legata alla comodità della registrazione audio che mi serve per scrivere l’articolo e non per la volontà di “non essere disturbati”. Anzi, alle nostre orecchie quei suoni sono tranquillizzanti, ci danno speranza per il futuro.
Grazie anche a questo clima, la nostra intervista inizia in modo rilassato e informale.

D. Come e quando ha deciso di diventare un astrofisico
Ho frequentato il liceo classico al D’Azeglio con interessi più umanistici. Ho dato la maturità nel 1960. In quegli anni, la scienza “di moda” era la fisica nucleare. La scelta è avvenuta all’università, quando ho incontrato il fisico cosmico Gleb Wataghin (1) che mi ha indirizzato verso la scelta dell’astrofisica che stava ottenendo grandi risultati con i nuovi strumenti di osservazione. Credo che sia stato proprio quello il momento preciso che ha segnato la mia carriera, in quanto precedentemente non avevo avuto alcun background da astrofilo.

D. Quali sono gli ambiti di studio che ha sviluppato durante la sua carriera
Mi sono laureato con una tesi sulla relatività generale nel 1964. Gli ambiti si sono poi evoluti e mi hanno portato a studiare all’estero, soprattutto negli Stati Uniti d’America e in Inghilterra. Durante la mia carriera mi sono occupato di astrofisica delle stelle, di struttura stellare, astrofisica dei plasmi. Gli studi mi hanno portato nel 1968 all’università di Princeton. Tra l’altro in un anno molto importante per la fisica, perché proprio nel ’68 sono state scoperte le pulsar. Di seguito sono partito per il M.I.T. di Boston e poi sono rientrato in Italia dove ho continuato le mie ricerche e le mie attività.

D. Lei è Visiting Professor al Department of Astronomy and Astrophysics dell’Università di Chicago ed è Research Affiliate al “Centro dei Plasmi di Alta Energia” del M.I.T. di Boston. Quali sono le differenze di approccio allo studio e alla divulgazione che ha notato tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America?
Fare un raffronto tra l’Italia e gli Stati Uniti non è facile. Direi che per quanto riguarda gli studi non c’è una grande differenza. I nostri studenti fanno bella figura quando si recano all’estero, in termini di preparazione e conoscenze. La differenza diventa visibile nella fase successiva, dal dottorato in poi. Questo perché il sistema universitario americano è molto più ricco del nostro, e agli studenti vengono messi a disposizione strumenti e risorse economiche decisamente superiori: e questo fa una bella differenza. Si aggiunga poi che le università americane compongono un sistema competitivo che porta l’attenzione e i finanziamenti degli investitori pubblici e privati negli atenei. In quel contesto, il prestigio delle università, dei suoi docenti e studenti porta benefici che possono essere valutati anche sul lungo periodo. Qui in Italia non fa differenza, tranne rare eccezioni, dove ti laurei, si dà attenzione al titolo raggiunto. In America l’ateneo che ti ha rilasciato la laurea ha un peso notevole.

D. Lei è stato direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino, quali sono le difficoltà e le soddisfazioni di un incarico così importante?
Quando sono diventato direttore dell’osservatorio le condizioni erano molto diverse da quelle di oggi. A quei tempi gli osservatori in Italia erano 12, direttamente sotto l’egida del Ministero della Ricerca (e continue varianti del nome successivi ndr). Io seguivo diverse attività. Le mie responsabilità spaziavano dall’aspetto amministrativo fino a quello scientifico e di gestione delle risorse umane. A questo proposito, molto spesso, scherzando, dico che il mio lavoro non era all’osservatorio ma “ad un ambulatorio”. Questo perché il mio lavoro consisteva anche nel motivare i membri del mio staff nell’andare avanti nelle ricerche e nelle altre attività dell’osservatorio.
Nella seconda metà degli anni ’90 la situazione è cambiata e l’osservatorio è diventato più indipendente dal punto di vista amministrativo. All’inizio degli anni 2000 è nato l’Istituto Nazionale di Astrofisica, purtroppo con una decina di anni di ritardo rispetto alle tempistiche auspicabili. Io ho seguito in prima persona questo grande cambiamento, che non è stato semplice, ma ora le cose vanno decisamente meglio.
Le soddisfazioni che ho avuto da quell’incarico sono molte. Molte delle “linee di ricerca” che ho voluto e seguito hanno avuto successo. All’Osservatorio Astrofisico di Torino ci sono gruppi che lavorano su campi di frontiera dalla fisica extragalattica, alla fisica solare e all’astrometria; tutti, stanno raggiungendo risultati notevoli e hanno un ruolo da protagonisti in vari progetti spaziali come GAIA, Solar Orbiter, Euclid (2).

D. Attualmente presiede l’associazione ApritiCielo e il Parco astronomico di Torino che gestisce Infini.To, il Planetario di Torino. Ci parli di questa attività e dei suoi obiettivi.
ApritiCielo è nata da una mia idea quando ero direttore dell’osservatorio. Sono convinto che i risultati degli enti di ricerca debbano essere divulgati sotto il controllo scientifico degli stessi ricercatori. Il Parco Astronomico di Torino vuole essere una “finestra” per dimostrare al mondo i risultati della ricerca astronomica torinese e non solo. L’inaugurazione è avvenuta nel 2007, ma l’idea è dei primi anni ’90. I primi soldi per gli studi di fattibilità sono arrivati nel 1997 e da allora l’avventura è partita.

D. Di solito chiedo sempre, a chi ha avuto la fortuna di vivere quel momento, come ha vissuto lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11. Ci racconta la sua esperienza?
Nel luglio del 1969 ero a Princeton. Quella sera ero appena tornato da Washinghton dove mi ero recato insieme alla mia famiglia. Vidi l’allunaggio attraverso lo schermo della mia televisione in bianco e nero insieme a mia moglie e mio figlio che ai tempi aveva un anno e mezzo (anche lui ora al M.I.T. di Boston ndr).
In quel periodo c’era grande euforia intorno alle missioni lunari. Qualche mese prima l’Apollo 8 aveva circumnavigato la Luna, con quella missione che ricorderemo per la prima foto della Terra vista dal nostro satellite. Il primo allunaggio fu una cosa eccezionale, e sebbene i media avessero messo in grande evidenza questo fatto storico, bisogna pensare che ai tempi gli organi di stampa erano solo i giornali, la radio e la televisione. Non esistevano il web e la tecnologia alla quale siamo ora abituati, e quindi non si era sottoposti all’odierno bombardamento mediatico.
Ai tempi dello sbarco avevo 28 anni, e l’ho vissuto con l’entusiasmo tipico di quell’età: l’idea comune era che ormai “non ci poteva fermare più nessuno” e che tutto sarebbe stato possibile, andare su altri pianeti e conquistare le stelle.
Una delle cose che ricordo con emozione è la telecronaca condotta da Walter Cronkite della CBS, che nel momento dell’allunaggio ripeteva eccitato la frase “Oh boy! Oh boy!”, una tipica espressione americana che potrebbe essere paragonata al nostro “accidenti!”.

D. Quali sono le prossime frontiere dell’astrofisica e in quale modo possono ricadere sulla società.
La fisica fa da “motivatore” alle altre scienze e ne è alla base. Si applica quindi anche all’astronomia e all’astronautica. Questa spinta motivazionale ha aiutato le altre scienze ad evolversi, e a raggiungere quei risultati tecnologici e di conoscenze con le quali entriamo in contatto quotidianamente. Pensate alle fotocamere, ai telefonini, ecc.
Credo che le prossime frontiere della fisica siano legate alla ricerca della comprensione di ciò che chiamiamo materia ed energia oscura. Soprattutto dopo che abbiamo scoperto che queste componenti non visibili superano di gran lunga quella visibile. Un altro ambito di interesse per il futuro sarà l studio della fusione nucleare controllata in laboratorio. Sono coinvolto in un progetto italo-russo per la costruzione di un reattore nucleare a fusione. Se funzionasse, si potrebbe avere un sistema capace di produrre una grande quantità di energia con un rilascio di scorie radioattive decisamente inferiore rispetto alla fissione.

D. Quali sono le sue attività da divulgatore previste per i prossimi mesi?
Sto scrivendo due libri. Il primo è dedicato ai bambini, il titolo non è stato ancora scelto, ma posso anticipare che darò 100 risposte a 100 domande sull’astrofisica. Il secondo è una raccolta delle conferenze che ho fatto negli ultimi cinque anni.
A questo bisogna aggiungere le attività di divulgazione che proponiamo al Planetario e le altre sul territorio.
Tra i miei prossimi progetti, mi piacerebbe avviare una serie di eventi con la logica del forum, dove il pubblico e i protagonisti condividano idee con la formula della cross-cultura, mettendo la fisica al confronto con altre discipline non solo scientifiche, anzi soprattutto umanistiche.

D. Qual è la cosa che consiglierebbe ad un giovane che vuole approcciarsi alla scienza e alla fisica in particolare?
Questa risposta inizia con una storia tratta da una vignetta: Un professore americano entra in un’aula durante uno di quegli incontri che si chiamano “open days”, durante i quali gli allievi possono fare delle domande ai docenti per decidere sulla scelta degli studi futuri. Dalla platea un ragazzo chiede quale sia la differenza tra l’astronomia e l’astrologia. Il professore risponde: “Nessuna, ci occupiamo delle stesse cose, solo che nell’astronomia la si fa con l’utilizzo di molta matematica.” A questa risposta l’aula si svuota velocemente.
Invece consiglierei di imparare molto bene la matematica e la fisica. Mi rendo conto che possano a prima vista avere un potere attrattivo inferiore rispetto ad altre discipline, ma sono il linguaggio alla base di tutte le scienze e ne danno seguito. Bisogna rendersi conto che danno le nozioni e il metodo fondamentali per affrontare qualunque campo scientifico e tecnologico. Bisogna mettersi lì con pazienza all’inizio, ma i benefici arriveranno senz’altro a tempo debito.
La risposta si conclude con una frase di Galileo, secondo il quale “Il libro della natura … è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente la parola”.

D. Concludiamo questa intervista con una sua definizione di divulgazione?
Divulgazione può essere definita in molti modi. Mi piace la parola inglese “dissemination”. Non è bella dal punto di vista letterario e del suono ma rende l’idea: seminare in giro, dovunque, per aiutare a comprendere e a pensare secondo il metodo scientifico. Il metodo scientifico è fondamentale perché aiuta a valutare in modo oggettivo i risultati di osservazioni e di esperimenti, e di proporre interpretazioni verificabili.

L’intervista si conclude con il rito della fotografia. Riapriamo la porta dell’ufficio e le “urla festose” non ci sono più. Ci aggiriamo per il Planetario vuoto e scegliamo il posto dove fare lo scatto. Il luogo è meno vivace rispetto al mio arrivo, ma domani è un altro giorno, e il planetario si rianimerà conservando durante la notte le sue meraviglie e i suoi segreti.

1) http://it.wikipedia.org/wiki/Gleb_Wataghin

2) http://it.wikipedia.org/wiki/Satellite_Gaia

venerdì 4 aprile 2014

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A WALTER FERRERI



Walter Ferreri svolge la sua attività professionale presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino dove, oltre che di ricerca scientifica si occupa di telescopi e di astrofotografia.

Sul tema della ricerca scientifica ha svolto numerosi lavori sulle stelle doppie, comete, su Plutone, sulle posizioni degli asteroidi, loro principali caratteristiche e loro ricerca. Per questi lavori ha utilizzato i maggiori telescopi italiani ed ha lavorato presso alcuni osservatori all’estero. In particolare presso l’ESO, in Cile, ha scoperto circa una trentina di asteroidi.

Per il lavoro svolto nel 1987 la comunità scientifica internazionale ha dato il nome “Ferreri” all’asteroide 3308 (1981 EP). Ha scritto molti libri, collaborato ad opere enciclopediche e stilato centinaia di articoli. Nel 1977 ha fondato la rivista “Orione”, nella cui versione attuale “Nuovo Orione” è direttore scientifico.

È consulente di enti pubblici, privati, emittenti radio-televisive e giornali.

Tiene regolarmente corsi di astronomia e conferenze. Nel 1993 gli è stato assegnato il premio “Targa Piazzi” e nel 2013 ha ricevuto il premio “GAL Hassin”.


Sono le 14 e 30 circa dell’undici marzo del 2014 all’Osservatorio Astrofisico di Torino, sulle colline di Pino Torinese.
Il Prof. Walter Ferreri ci accoglie nel suo ufficio, situato a pochi passi dalla struttura architettonica futuristica del Planetario di Torino, con il suo sorriso e con quella serenità tipica di chi ha la fortuna di fare un mestiere che "ti appassiona tanto da entrarti dentro". L’intervista inizia in un clima informale e rilassato.

D. Mi racconti della sua scelta di diventare un astronomo, quando e come si è appassionato a questa scienza?
R. All’età di 7/8 anni, ci fu un acquisto da parte dei miei genitori che mi indirizzò in questa direzione. Si trattava di un’enciclopedia per ragazzi, che tra l’altro ho ancora. Rimasi affascinato dai grandi numeri, le distanze e tutti quei dati che erano così difficili da immaginare, in alcuni casi sembravano addirittura difficili da credere. La volontà di comprenderli mi ha fatto avvicinare all’astronomia e quindi il mio piano di studi ha seguito questi miei interessi.

D. Molti dei lavori che compongono la sua bibliografia sono dedicati al nostro satellite naturale, come mai?
R. Ritengo che la Luna sia un po’ trascurata. La volontà di spingersi sempre un po’ oltre, di guardare altrove, talvolta per apparire un po’ più “raffinati” ci porta ad essere forse un po’ troppo superficiali rispetto alle cose che ci sono più vicine.

D. Della Luna, si è pensato per molti anni che non ci fosse più molto da scoprire. Eppure è solo di pochi anni fa la scoperta, da parte di una sonda, della presenza ghiaccio ai poli lunari. Come mai questa scoperta così recente?
R. Ad un certo punto si è pensato che  la Luna fosse più una questione legata all’astronautica piuttosto che all’astronomia.

D. A proposito di astronautica e Luna. Come ha vissuto, nel luglio del 1969, lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11?
R. Con “eccitazione” e “impazienza”. Quando lo sbarco avvenne era notte qui in Italia, e io mi chiedevo: “ma quanto ci mettono ad uscire dal LEM”? (1)
Fu una grande emozione, anche se credo che molte delle persone dell’epoca non si siano davvero rese conto di quanto fosse importante quell’evento. La rivalità tra americani e russi ha trasformato la “corsa allo spazio” in una vera e propria competizione, togliendo qualcosa alla parte scientifica.

D. Il progetto Apollo venne interrotto in anticipo a causa del calo di interesse da parte del popolo americano. Divenne impossibile continuare a finanziare un progetto che non aveva più il benestare appassionato della nazione. Come potremmo spiegare “all’uomo della strada” l’importanza dell’astronomia come scienza e come investimento collettivo?
R. L’osservazione è importante sotto molti punti di vista e per motivi diversi.
Il controllo e la ricerca di eventuali meteoriti in rotta di collisione con la Terra sarebbe un fattore che da solo basterebbe a giustificare gli investimenti dedicati all’astronomia. Noi oggi abbiamo la possibilità di accorgerci in tempo di un eventuale meteorite in arrivo verso il nostro pianeta, e grazie all’astronautica potremmo agire per evitare l’impatto.

D. Il rischio di impatto è reale?
R. Si, è reale.

D. Concludendo il capitolo Luna, il programma Apollo ha anche aperto la strada alla teoria del complotto che vuole che Armstrong e Aldrin non abbiamo camminato sul suolo lunare. Cosa ne pensa?
R. Abbiamo visto il razzo partire e i segnali radio provenivano dalla Luna. In più un satellite russo era orbita e ci sarebbero stati gli interessi per smentire gli Stati Uniti. “Tra gli addetti ai lavori si sapeva che era tutto vero”.
La NASA fece un errore a ritoccare alcune foto, “ripulendole” per renderle più fruibili al pubblico. Questo ha dato adito agli amanti dei complotti.

D. Qual è la sua visione relativa ad altre fonti di vita nello spazio?
R. “Io penso che non siamo soli nell’universo”; anche se credo che le condizioni per lo sviluppo della  vita possano essere inferiori rispetto a quelle che si potrebbero immaginare.
La mancanza di vita su Marte ad esempio, nonostante la sua vicinanza alla Terra e la sua distanza dal Sole ci fa ragionare molto a proposito di questa affermazione. La vita, come la intendiamo noi, ha bisogno di condizioni che sono molto difficili da ricreare.

D. Un asteroide porta il suo cognome. Ci racconta la storia di questa scoperta?
R. Intanto bisogna dire che l’asteroide non l’ho scoperto io, ma un astronomo belga che si chiama Henry Debehogne. Io ne ho scoperti altri.
Per gli asteroidi, al contrario che per le comete che riportano sempre il nome dello scopritore, vi è la facoltà di decidere quale nome dare, e spesso non si opta per l’identità dell’astronomo scopritore.
Debehogne ha avuto piacere di dare il mio cognome all’asteroide che ha scoperto come segno di stima nei miei confronti, per i miei lavori scientifici.

D. La sua attività di divulgatore scientifico, l’ha portata a fondare una rivista che si occupa di astronomia e che oggi si chiama Nuovo Orione e della quale lei è direttore scientifico. Ce ne racconti la storia.
R. La rivista è nata per volontà del pubblico e degli appassionati. Molto spesso, durante le visite guidate (negli anni ’70 ndr), mi chiedevano se esistesse una rivista astronomica da acquistare. A quei tempi esisteva una rivista intitolata “Coelum”, che non è quella di oggi e che aveva la caratteristica di essere molto tecnica e difficilmente comprensibile per il pubblico di appassionati. Nel 1973, insieme ad altre persone, fondai “Orione”. Ai tempi si trattava di un ciclostilato che nel 1977 passò alla stampa tipografica. Alcune vicissitudini legate al fallimento della casa editrice dell’epoca portarono il progetto alla fine. Ci rivolgemmo ad una nuova casa editrice per continuare l’esperienza e il progetto prese il titolo “Nuovo Orione”, per segnare la differenza con quanto avvenuto prima. Il progetto continua ancora oggi.

D. Nel corso della sua carriera ha avuto la possibilità di lavorare insieme a Margherita Hack. Ci dà un suo ricordo della Professoressa?
R. “Margherita era netta e spigolosa. Pane al pane e vino al vino”.
Con lei ho scritto due libri. Durante la stesura del primo libro aveva avuto un approccio molto “energico”, come il suo carattere. Quando non era convinta di qualche contenuto non aveva difficoltà a farlo notare.
Durante la stesura del secondo, la stanchezza e il peso degli anni si fecero sentire maggiormente.
“Di Margherita ricordo, nonostante l’età avanzata, la grande capacità di innovazione e di memorizzazione dei dati”.

D. Lei prima ha detto che la Luna venne “lasciata” all’astronautica. Tuttavia l’astronautica e l’astronomia collaborano insieme in molti progetti. Uno di questi è quello relativo alla sonda Gaia (2), che mapperà la Via Lattea in 3D e che vede impegnato l’Osservatorio Astrofisico di Torino.
R. Gaia è un progetto dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea ndr), e come osservatorio posso dire con orgoglio che siamo dei riferimenti per quanto riguarda il progetto. È un progetto dalla durata di 5/8 anni e noi ci occupiamo del software. Un impegno notevole.

D. Lei è un divulgatore scientifico, concludiamo questa intervista con una sua definizione di divulgazione?
R. Divulgare dovrebbe voler dire non solo diffondere in modo comprensibile ma anche rendere gradevole e appassionante ciò di cui si parla.

 E. Macaluso

(1) LEM (Modulo di Esplorazione Lunare)